Curiosità

Muri a secco

Monumenti che dal ancora sono utili e presenti sul territorio dalla valle alla montagna

A volte mi capita, quando percorro la strada statale 47 della Valsugana, di osservare i piccoli paesi che da Grigno si susseguono e inerpicano dalla valle verso le montagne. In quel momento penso come potevano vivere in quei posti in passato, quando ancora era difficile spostarsi, si faceva tutto o quasi a mano senza l’aiuto di macchinari e tecnologia, quando bisognava per forza vivere in posti dove la vita non era sicuramente agevole.

File bianche che disegnano il territorio

Mentre ci penso ricordo le lunghe file bianche che avevo notato, così vicine tra loro. Sono i muri a secco, costruzioni che ancora si vedono chiaramente dalla strada e che servivano a sostenere il terreno. Questi permettevano alle genti che vivevano in questi luoghi nel passato, di poter coltivare il terreno per fa fronte al loro fabbisogno di “sussistenza”.

Ora non voglio raccontare nello specifico cosa coltivavano in quegli anni, ma voglio parlarvi proprio di quei “monumenti”, voglio raccontarvi dei muri a secco. Prima di tutto si indicano come “a secco”, perché erano costruiti senza nessun legante fra i sassi, come può essere il cemento.

Per reperire i sassi, uno dei metodi più usati era il “canopar” (dal dialetto dissodare) cioè quello di recuperarli attraverso la bonifica dei terreni per renderli coltivabili.

In questa maniera, piano piano negli anni, sono stati realizzati chilometri e chilometri di muri per sostenere strade, cortili o campi. Molti di questi sono ancora presenti sul nostro territorio, dalle valli alla montagna. Sulle cime del Lagorai si possono trovare baite, bivacchi, malghe ancora utilizzate o in alcuni casi ormai ruderi, o anche moltissime trincee della Grande Guerra, il tutto costruito con la tecnica dei muri a secco.

Se pensiamo che da una ricerca fatta alcuni anni fa, solo nel paese di Telve di Sopra, inerpicato sulla pendice di una montagna in Valsugana e ben visibile dalla statale SS47, ci sono circa dai 25.000 ai 30.000 mq di muri a secco alti da un metro e mezzo ai due metri e mezzo. Questo fa capire quanto queste costruzioni siano presenti e diffuse anche ai giorni nostri.

Come venivano costruiti?

La costruzione dei muri a secco era particolarmente difficile sopratutto per la diversa conformazione dei sassi utilizzati. Ma pietra dopo pietra, giorno dopo giorno, si portava a termine un lavoro impegnativo, duro ma fatto a regola d’arte.

Si prendeva per mano ogni singola pietra, selezionandola con accuratezza, modellandola per farla combaciare il più possibile con le altre, un lavoro di testa, un lavoro d’ingegno. Con gli scarti che rimanevano, che si creavano frantumando i sassi, invece, si riempivano di solito gli spazi posti dietro al muro per circa un 20 o 30 centimetri, in questo modo l’acqua piovana drenava e evitava di pesare eccessivamente sul muro stesso.

Girando a piedi per le stradine o i sentieri che sono presenti in Valsugana, possiamo notare non solo i numerosi muri a secco, ma anche scale e scalette, muri doppi o gradoni, costruiti con lo stesso sistema.

Numerosi resti di questa storia, fatta di sassi e fatiche, fatta d’ingegno e dedizione, sono purtroppo in molti casi anche vittima d’incuria. Si possono infatti molte volte vedere queste costruzioni abbandonate da anni su terreni in cui i boschi hanno preso il posto di quelli che una volta erano prati. Questi terreni nascondono una testimonianza importante della vita dei nostri avi, racchiudono tracce di persone che erano attaccate ai loro piccoli o grandi pezzi di vita, spesso dedite e impegnate nella vita del paese.

Vi lascio con questa piccola testimonianza, ricordando che dopo il secondo conflitto mondiale nel 1950-60, molte persone emigrarono dalla Valsugana in Svizzera, Germania, Austria. Trovarono lavoro come contadini, ma diversi di loro furono assunti proprio come muratori grazie alla manualità acquisita nella costruzione dei muri a secco.

Sergio Trentin

Pensionato, ho sempre coltivato l'interesse per la storia locale, cercando di scoprire il vivere e il lavoro quotidiano delle genti che nei nostri piccoli paesi riuscivano a vivere dignitosamente. Da anni sono il curatore del museo etnografico "collezione Tarcisio Trentin " a Telve di Sopra. Mi piace camminare, lentamente, per poter ammirare i nostri bellissimi luoghi.
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